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Alcune considerazioni sulla pace
Di Sperandio Mangili

Pace, una parola fatta propria e contesa da ogni governo, partito, religione o movimento. Un concetto sul quale si consumano dispute e lacerazioni, ricorrendo paradossalmente al suo esatto contrario, pur di affermare il proprio modello di pace.

Proviamo a ricordare il suo esatto significato (cit. Diz. Zingarelli), nella sua accezione sociale:

1“ Assenza di lotte e conflitti armati(….)”

2”Buona concordia, serena tranquillità di rapporti(….)”

3”Tranquillità e serenità dello spirito(….), pubblica assenza di tensioni o conflitti(…)”

Contrario: GUERRA!

Se ogni persona, dotata di normale buon senso, si soffermasse sul significato della parola Pace, ne converrebbe che si stia vivendo in un mondo a dir poco: schizzofrenico.

Pace armata. Si prepara la guerra per mantenere la pace. Si muove guerra per portare la pace. Pace imposta. Tutte declinazioni di pace con la baionetta tra i denti: Pace e basta non la usa mai nessuno, e per quale motivo?

Al termine di un conflitto, si determina una situazione congiunturale negativa nel breve periodo; i dati statistici lo confermano. Classico è l’esempio della città industriale di Mobile, in Alabama, dove nei cinque mesi che sono seguiti alla capitolazione del Giappone, sono andati persi oltre quarantamila posti di lavoro per il crollo delle commesse militari; e che Sacramento, da piccola città di provincia, si sia trasformata tra il ’42 e il ’45 in uno tra i maggiori poli della industria bellica statunitense, rende l’idea della dimensione del problema e delle conseguenze sul tessuto sociale che una guerra può imprimere ad un Paese.

La breve luna di miele degli USA con quella pace fatta di lustrini e parate, ha sbattuto contro una realtà che ha coinvolto milioni di lavoratori (soprattutto donne), ed è facile immaginare, in una situazione del genere, come le spinte per una riconversione industriale possano avere il fiato corto, tant’è che nel volgere di poco più di un lustro, gli Stati Uniti si ritrovarono invischiati in una nuova avventura. Quella di Corea.

Oltre ai fattori interni, anche per quelli esterni qualche esperto di marketing ha trovato il modo di renderli inoppugnabili, ricorrendo a stereotipi in grado di rimuovere ogni ostacolo di ordine morale che si frappone tra guerra e pace. Si enfatizzano infatti ad arte gli “interessi primari e strategici” di una nazione, per passare poi all’incasso di un consenso pilotato!

Questi interessi, ad una attenta lettura, non sono altro che i privilegi di cui il nostro mondo gode, a discapito di quei paesi lasciati al margine, ai quali spetta pari dignità per una più giusta ripartizione delle risorse.

Ne consegue che non ci può essere pace se la giustizia dipende solo da chi ha maggior potere contrattuale, è necessario rimuovere le cause per tutti i conflitti, ma le cause che ci coinvolgono in prima persona, sono le più resistenti, quelle che fondamentalmente giustificano l’esibizione dei muscoli gallonati dei potenti, e tutti quegli interventi “umanitari” con i quali si sono mascherate le guerre negli ultimi anni, cause che rappresentano il soddisfacimento del nostro piccolo mondo, fatto di piccoli uomini aggrappati all’effimero.

Ai tentativi di far dire al grande fisico A. Einstein: quale potesse essere l’indicazione per “Umanizzare” le regole della guerra, egli rispose che “La guerra non può essere umanizzata. Può essere solo abolita” (Ginevra 1932, conferenza sul disarmo).

A quei governi che ci dicono di ricorrere ad una “guerra umanitaria”, a quei governi che abbagliano le genti con “l’esportazione della civiltà” mediante la guerra, come se la nostra potesse essere l’unica civiltà possibile, bisognerebbe chieder loro come è possibile giustificare una guerra, guardando al suo contenuto di morte, di sofferenza, di disumanità.

E’ per molti versi stupefacente che un uomo non si sforzi di affrontare questa questione, senza tener conto che “I membri di una specie biologica che ha avuto una storia importante, la cui scomparsa nessuno di noi vorrebbe” (cit. Ginevra 1932 manifesto). Parole pesanti, che non hanno insegnato nulla ai nostri governucoli, ammesso che le abbiano mai lette.

Diffondere una cultura di pace, dovrebbe essere quantomeno la componente qualificante per un sistema scolastico e formativo per le future classi dirigenti.

E’ passato pressoché inosservato un protocollo d’intesa per l’avvio della sperimentazione del nuovo progetto di riforma degli ITS (Istituti Tecnici Superiori) tra il ministro Gelmini e l’A.D. di Finmeccanica. Nel protocollo sono previste in quei di Varese e Novara: l’Augusta Westland, Alenia e Aermacchi (Aziende, guarda caso, mai citate nelle cronache della attuale crisi), note aziende che producono materiale bellico. Si converrà che non si tratti di un intervento disinteressato, e non solo sotto il profilo tecnico, ma anche della loro immagine nei confronti dell’opinione pubblica.

In nome dello sviluppo e della formazione professionale, si offre l’opportunità a queste aziende di accedere alle fondazioni che sorgeranno in Piemonte, Toscana, Campania e Puglia, costituendo di fatto la partecipazione (privata) in un ambito di formazione, praticamente è così che funzionerà la scuola pubblica nell’auspicato (dal ministro) futuro, quindi il suo funzionamento dipenderà dalle risorse di questi “sponsor”.

E’ impossibile immaginare che la crescita, umana oltre che tecnica, di quei ragazzi, non subisca una loro “supervisione”, quindi un certo indirizzo indicato da aziende coinvolte nel settore degli armamenti.

La partecipazione ai movimenti pacifisti, vede in prima fila il mondo studentesco, sono loro la linfa che fa marciare le piazze, un fermento dal quale si spera sempre arrivino gli stimoli per il cambiamento. E’ da questi ambienti, che si intende partire per l’assorbimento di energie incontaminate, ostacolando la formazione di coscienze critiche.

Ciò rientra nel disegno di un sistema che non vuole il cambiamento, cioè mantenere le scorciatoie dell’esistente come certezze ineludibili.

Nella galassia del Movimento per la Pace, esistono posizioni che non sempre marciano in modo parallelo ed omogeneo. Il 16 di maggio ad esempio, si terrà la marcia della pace Perugia-Assisi, con significative defezioni da parte di organizzazioni che non si riconoscono in alcune scelte fatte dai promotori.

Sarebbe doveroso interrogarsi sui motivi che determinano queste incrinature, cercando magari di individuare quei punti che possono ricondurre alla ricerca del consenso con le istituzioni interventiste dei cosiddetti “moderati” sull’argomento. Tutti ricordano la parola d’ordine: “Contro la guerra, senza se e senza ma” che riempiva le piazze ai tempi delle guerre del Golfo, slogan presto sostituiti da posizioni meno oltranziste, anche se rispettabili, ma che stridono profondamente con “l’abolizione della guerra” auspicata da Einstein, quali l’accettazione della forza per la ”regolamentazione delle controversie internazionali” avanzate dalla Tavola per la Pace.

Ebbene, per uomini come quelli di EMERGENCY, risulta inaccettabile questa posizione.

In sedici anni di attività essi non si sono ancora abituati al sangue che “appiccica le loro scarpe ai pavimenti delle camere operatorie” (è metafora intendiamoci), alle “urla silenziose” dei bambini dilaniati nel corpo dalle bombe amiche. Queste esperienze non si possono mettere da parte nel nome di politiche dei piccoli passi, anche una sola vita da salvare basterebbe per dissentire da simili posizioni, non si gioca con la vita per ottenere un lasciapassare al tavolo di fantomatico confronto.

Cosa pensa il nostro sindaco scrivendo...
Di Sperandio Mangili

Cosa pensa il nostro sindaco scrivendo nel suo “MESSAGGIO” “Abbiamo messo le telecamere e ne stiamo acquistando di nuove, abbiamo armato la polizia locale…..”(?), spera forse in un mezzogiorno di fuoco per recuperare la “SOLIDARIETA’ ” per “RIPRENDERSI IL TERRITORIO”? La forma usata è a dir poco stucchevole, e ancora: “lo curiamo (il territorio) che ce ne interessiamo come fosse una cosa nostra (e lo è) controllando ognuno il suo pezzo di Calusco e ricreando la solidarietà tra le persone.”

Sono sempre più convinto che la solidarietà espressa ed auspicata dal nostro primo cittadino, non tenga sufficientemente conto dei funesti precedenti: essa parte da un modello di “controllo reciproco”, senza tener conto che nei sistemi dispotici ciò ha favorito il “sospetto reciproco”, svuotando di fatto il significato del sostantivo di cui ognuno ama riempirsi la bocca.

Vede signor sindaco, la solidarietà non è un concetto del quale ci si può vestire o spogliare a seconda delle convenienze; esso parte dalla consapevolezza profonda del diritto di tutti, e le sue parole muovono dall’esclusione di alcuni, pochi o tanti che siano, ma nel pieno diritto di occupare quelle fette di territorio “nostro”, solo per il semplice motivo che esistono anche quei “bulli adolescenti”, e che essi rappresentano quella fetta di umanità, forgiata dai modelli che la nostra generazione propone loro.

Le sue parole poco si discostano dalla violenza di questi “violenti maleducati” quando accenna alla polizia locale armata, voglio sperare che tanta sicumera non prefiguri giustificazioni in caso di utilizzo di simili strumenti.

Aborrisco la violenza, da qualunque parte essa provenga, ed anche per il sottoscritto e per molti come me, credo sia giusto tracciare una linea di demarcazione che separi il diritto dall’arbitrio, che riconduca i prepotenti alla convivenza civile, coinvolgendo in modo concreto tutti i soggetti interessati al fenomeno.

Non leggo un accenno alle responsabilità dei genitori, se ci sono, non vedo un accenno alle forze preposte sul territorio, ma soprattutto non vedo un accenno a responsabilità più generali collegate ai modelli di cui accennavo sopra.

“Colpa della società come al solito”, una considerazione trita e ritrita che qualcuno solleverà a detrimento delle mie convinzioni, ma il problema rimane in tutta la sua drammaticità, e se non saremo in grado di guardarci dentro e far pulizia di tutta quella “spazzatura” violenta rigurgitata dai nostri teleschermi, se non sapremo dar gambe e contenuti ad una solidarietà fatta solo di parole ed elemosine, non possiamo legittimarci con frasi salomoniche come: “GIU’ LE MANI DAL MIO PAESE”

Riflessioni sulla serata dedicata al “PERDONO DI ERBA”
Di Sperandio Mangili

Meriterebbe ulteriori approfondimenti la conferenza di ieri sera. Proverò ad affrontare, spero con chiarezza alcuni aspetti. Credo che il perdono appartenga a una sfera strettamente personale, insondabile sotto tutti i punti di vista, frutto di percorsi che non si possono sintetizzare con parole. Queste ultime rischiano di apparire incomprensibili per quanti, come me, vedono la giustizia da una angolazione laica a valenza universale. Quest’aspetto è stato accennato dal magistrato Anzani, ma non è stato raccolto dagli interventi che sono seguiti.

Sono convinto che uno Stato non possa contemplare un istituto come il perdono, riconoscere ciò significherebbe smantellare il Diritto, per questo motivo si è introdotta la “Grazia”, che è cosa ben diversa dal “Perdono”. Il perdono implica, come ha sottolineato Carlo Castagna, una delega al Trascendente nella gestione della giustizia, (peraltro ribadita anche da Anzani citando il figlio del magistrato assassinato dalle B.R.).

Quando parliamo di Giustizia, non dobbiamo mai dimenticare la necessità di regole che ogni società deve darsi per impedire che i più deboli soccombano ai prepotenti, garanzie che da Amurrabi hanno attraversato i secoli per approdare all’illuminismo del Beccaria, evolvendo sino alla legge Gozzini, a riprova che la Giustizia non è mai una componente immobile della società, ma procede con essa, adeguandosi al grado di civiltà che le scienze, umanistiche e non, ricercano costantemente.

La “Grazia” quindi è frutto di questo percorso: se in un primo momento tale provvedimento è stato applicato in maniera discrezionale dal monarca di turno, subordinato a interessi specifici, oggi risulta essere un istituto che riconosce l’effettivo ravvedimento conseguente al recupero sociale del soggetto. La pena, non sarebbe molto dissimile dalla “Vendetta” se non vista in questa ottica. L’evoluzione del Diritto applicato alla Giustizia, non può che contemplare un concetto fondamentale nel processo di civilizzazione: dare la possibilità ad ogni individuo di appropriarsi di capacità relazionali tali da renderlo partecipe al progresso umano; ciò comporta naturalmente uno sforzo da parte nostra, e cioè offrire quelle opportunità che il sistema carcerario odierno nega nei fatti, non ostante l’enunciato costituzionale.

Il Perdono, l’ho capito dal ragionamento di Castagna, non implica il Giudizio, se ci si abbandona al giudizio non ne deriva il perdono.

Qui sta la differenza di fondo in uno Stato di Diritto. Uno Stato di Diritto non si può esimere dalla fase di giudizio o processo, ne consegue una sentenza che: da limiti stabiliti nelle libertà di ciascuno, si possano appurate le responsabilità dei singoli, per poter comminare pene previste e precise, dando così efficacia ai codici di convivenza.

Il giudice Anzani ha accennato alle difficoltà, per un Collegio Giudicante, ad entrare nell’intimo del giudicato. Il “vissuto” individuale, ogni vissuto individuale, è pressoché impossibile sottoporlo ad un esame scrupoloso ed imparziale. Troppi fattori concorrono a fuorviare un giudizio sereno: l’efferatezza dei fatti, la futilità delle motivazioni, le dimensioni del reato (si pensi ai truffati Parmalat). Le scienze psicologiche, ha aggiunto, nei casi specifici conducono spesso ad eventi di “perdono mancato”nel vissuto dell’individuo, dove nella stragrande maggioranza dei casi produce quei disagi che nel tempo fanno emergere personalità instabili e violente.

Si tratta a questo punto di saper conciliare le conoscenze scientifiche con il Diritto.

Mi rendo conto che di questi tempi può risultare difficile un processo di evoluzione del Diritto: Viviamo una società che ha saputo individuare nella clandestinità un reato, figuriamoci se si può trovare spazio e consenso per una comprensione nei confronti di personalità come Rosa e Olindo, ma qui ci viene in soccorso Carlo Castagna.

Il vissuto che emerge del Castagna, una storia trascorsa all’insegna della mitezza, della Carità e della comprensione, sconvolge tutti quegli schemi che fanno dello Stato di Diritto l’implacabile esecutore di leggi asettiche, prive di quel movimento caotico ed ordinato dell’acido desossiribonucleico, cioè dell’uomo.

Non sto sostenendo che tutto e tutti debbano sentirsi giustificati, ricadremmo nella fase pre-Amurrabi, semplicemente abbiamo più elementi per gettare le basi per un Patto di Diritto di natura diversa, nuova, che si possa dare come obiettivo il superamento dell’istituto carcerario per esempio, che sappiano individuare strade alternative alla detenzione, che possano tradursi in risarcimenti reali, cioè che pongano il reo di fronte a responsabilità oggettive del suo operato, il cui peso si traduca in riscontro speculare circa le risorse, umane o materiali sottratte alla collettività, agli affetti, e non limitare a noi “buoni” quel soddisfacimento barbaro di “un sole a scacchi” come pena corrispettiva per trasgressioni alle regole.

E’ pur vero che l’affidamento a servizi socialmente utili già esiste, e che la componente di rischio prodotto da una generalizzazione in questa direzione comporti un incremento di sorveglianza (leggasi collari elettronici o forme analoghe di controllo) difficilmente sostenibile, vuoi per ragioni economiche che per ragioni di dignità, tanto cari ai movimenti umanistici, ma la capacità della saggezza umana, consiste nel saper andare oltre una volta individuate le zavorre del passato, senza ripercorrere quei sentieri che generano rancori e vendette; attuare politiche di riconciliazione consentirebbe il recupero di energie che avvicinano la Città della Gioia, la mitica Gerusalemme.

Personalmente, tranne che per casi estremi, sono convinto dell’insostenibilità economica e logistica del regime carcerario, a maggior ragione se la tendenza è quella di criminalizzare qualsiasi diversità che sfugga ai canoni delle paure conculcate. Mi sembra di essere in compagnia del buonsenso affermando che ogni vita vada rispettata in ogni sua forma, ogni individuo possiede in assoluto una cosa sola, la propria vita! Come posso concepire la giustizia, negando ad un essere umano la sua unicità? Mi è difficile prescindere da questo concetto e mi terrorizzano le esemplificazioni che giustificano le crudeltà.

Credo che questi possano essere elementi di convergenza fra Perdono e Grazia, a tutela: sia della laicità dello Stato, che di ogni religione al servizio dell’uomo.

XXV Aprile 2009 qui a Calusco
Di Sperandio Mangili

Assenze illustri hanno contrassegnato il Venticinque Aprile del 2009 qui a Calusco. Assenze che hanno in se un peso notevole, dal momento che rappresentano (o almeno dovrebbero rappresentare) simbolicamente l’unità della Comunità; quantomeno è attorno a queste figure che si percepiscono le sintesi dei momenti più solenni della vita cittadina.

Evidentemente non tutte le sensibilità reputano la Festa di Primavera per eccellenza, una ricorrenza degna di particolare attenzione.

L’opera tanto ambigua quanto paziente di rimozione delle radici Repubblicane, anno dopo anno vede intessere trama e ordito di un velo nebuloso, un effetto vapore che confonde vittime e carnefici, per una Storia riscritta dai nuovi vincitori; una storia edulcorata da sentimenti che fanno appello alla “pietas”, annullando intenzionalmente le contrapposizioni ideali, conferendo a entrambi una sublimazione valoriale che azzera, celando i rispettivi contenuti.

Obbiettivo di questa logica non può essere che quello di traguardare le coscienze in una direzione revisionistica, ricorrendo magari ad un taglia-incolla storico utilizzato ad arte, manipolando verità secondo le quali si possa ricorrere a metodi che la Resistenza ha voluto bandire. Grazie al sistema mediatico di cui abbondano, i potenti ottengono quel consenso che permette loro di manipolare a piacimento quella fase storica, negando anche a se stessi che quel punto di partenza rappresenta pure il loro trampolino di libertà, nonostante l’uso strumentale che ne fanno.

Del resto come si potrebbe giustificare il clima di paura che il mondo dell’informazione riversa con generosità sospetta sull’opinione pubblica?

Solo mantenendo viva la Memoria si possono produrre gli anticorpi indispensabili a mantenere immune la nostra società da tentazioni totalitarie; diversamente per quanti non intravedono questo rischio, con il permettersi di snobbare ricorrenze come queste, negano alle nuove generazioni la consapevolezza sulle origini della loro Libertà.

La cerimonia quest’anno non ha avuto un prologo da “fiorista nottambulo”, le corone di alloro infatti, hanno ripreso a sfilare per le vie centrali del paese portate a braccia dalle Associazioni d’Arma.

Protagonisti della festa sono stati i ragazzi delle scuole locali, che non finiremo mai di ringraziare; letture di poesie, memorie di Nelson Mandela, ed a chiusura due “Lettere di condannati a morte della Resistenza”, che per una incomprensione organizzativa ha dato luogo ad un imbarazzato riavvio delle letture, prematuramente date per concluse.

Leggo in questo fatto una scarsa predisposizione verso quella memoria che si vorrebbe inserire nel vivo di vicende dirette e dolorose.

Riemergono puntuali i limiti con i quali abbiamo fatto (o non fatto) i conti con la nostra storia; limiti che rinnovano gli scontri fra opposte fazioni, sapore stantio di dispute Guelfo-Ghibelline che arrestano (quando non la fanno arretrare) l’evoluzione dei rapporti politici che si intendevano avviati nella fase costituente.

Nel discorso ufficiale pronunziato dal Vicesindaco sig. Leopoldo Giannelli, si apprezza il richiamo alla lotta contro il nazifascismo, in un passaggio ha sottolineato il pesante contributo di vittime civili durante l’ultimo conflitto. Non è un caso che le statistiche nel secolo scorso registrino un’inversione nel rapporto civili-militari riferito alle vittime dei conflitti (fatto 100, 93 su 7).

L’obbiettivo degli stati maggiori è quello di perseguire vittorie attraverso stragi di innocenti, e ciò viene teorizzato da manuali che tutt’oggi formano i comandanti delle truppe in armi; urge a questo punto un rilancio dell’azione pacifista che si ispira all’articolo 11 della nostra Costituzione, e collocare nella sua giusta dimensione quel concetto che vuole affermare il primato della Pace portata nel cuore, un principio che da solo non può bastare ad evitare genocidi come quello che si sta consumando nel Darfour.

Molti sono i metodi che possono traghettare le memorie, sia collettive che individuali, su isole ovattate, luoghi dell’immaginario dove si annullano gli indispensabili esami di coscienza.

La Germania ad esempio, dopo il clamoroso gesto dell’allora cancelliere Willy Brandt (Premio Nobel per la Pace 1972) in Polonia, che inginocchiandosi davanti al sacrario della Shoah, diede il via ad un processo di redenzione che continua tutt’ora: quello di un Popolo che si confronta con il suo passato, tanto da inserire nelle materie scolastiche l’approfondimento degli anni che segnarono in modo tragico la loro storia, con l’obbligo per le scolaresche a visitare i luoghi dello sterminio, un atto di presa di coscienza oltre che di espiazione.

Da noi purtroppo si va alla ricerca di ogni escamotage pur di evitare un esame di questo genere, nonostante ci spetti il primato per la realizzazione dei campi di sterminio in Cirenaica, progettati e realizzati dal gen. Graziani, personaggio che guiderà le milizie della repubblica di Salò, (quando si dice che tutti i morti sono uguali).

Qualsiasi scorciatoia formativa, anche se dettata dalle più nobili intenzioni, se non la si riconduce in un corretto alveo storico, rischia di confinare il XXV Aprile in polverosi musei, fino a disconoscerne i frutti del suo significato più profondo.

Avrei voluto sentire la Fanfara degli Alpini intonare “Bella ciao”, molto più indicata per l’occasione anziché le “Campane di san Giusto”, eseguita peraltro con perizia dal corpo bandistico, ma forse è pretendere troppo tutto in una volta, magari il prossimo anno qualcuno terrà conto di questa mia “desiderata”.

Egregio vicesindaco ...
Di Sperandio Mangili

Gentile signor Giannelli, sono il “signor Lineacomune” di pagina 22 (n.1 anno 3 Calosch), estensore dell’articolo che Ella definisce “offensivo” e pieno di “accuse pesanti” nei suoi confronti riguardo al bilancio annuale del periodico di informazione “Calosch”.
Fatico ad individuare queste sue valutazioni, ma procediamo con ordine.
La “malafede” a cui si accenna nel mio scritto, è preceduta da la formula dubitative del “se”, che provoca con la sua reazione piccata, una inevitabile rilettura di sintassi. Ho toccato un nervo scoperto? Sta scritto nero su bianco il confronto che Ella fa’ circa i costi tra AGORA’ e il notiziario da Lei diretto, due righe dopo l’aver affermato una sua quantomeno paventata volontà ad abbandonare toni polemici. Io ho semplicemente voluto affermare l’assoluta trasparenza dei costi di AGORA’, preceduti da regolari bandi di concorso pubblici, nell’intento di sottolineare la diversità tra i nostri rispettivi schieramenti in materia di appalti, senza delegittimare le posizioni mi sono limitato ad evidenziare le due filosofie in materia di gestione della cosa pubblica.
Ho voluto colorire con un pizzico di ironia una sua improbabile “uniforme antisommossa” speravo la potesse far sorridere e non offendere. Ritenevo che la sua esperienza la potesse ricondurre ad una bonaria ingiuria (mi si passi l’ossimoro) nei miei confronti, facendomi a mia volta sorridere, ma non è stato così, ne prendo atto.
Nell’ “onorare il merito” da parte mia per l’abbattimento dei costi, non mi sembra di insultare.
Se non capisco, mi aiuti a comprendere dove l’ho offesa, forse riconoscendo i risultati che vi siete dati? Ho semplicemente sostenuto una tesi secondo la quale la strada da voi percorsa non la condivido. Il termine “insudiciare” non sta a significare che gli inserzionisti insudiciano le pagine del notiziario, ma è il veicolo utilizzato che offre ufficialità al loro prodotto ad uscirne offuscato, un ente pubblico che per motivi di bilancio ospita reclam rendendosi direttamente garante della bontà di quelle proposte ne esce mortificato se non umiliato nel suo prestigio. Fatte le debite proporzioni, riesce ad immaginare un “Osservatore Romano” con l’Amaro Averna in seconda, o la Gazzetta Ufficiale con a destra e a sinistra due riquadri che ci ricordano i Registri Buffetti? Sono messaggi da periodici commerciali secondo il mio punto di vista, non da notiziari istituzionali, tutto qui!
Di una cosa chiedo ammenda, e di questo deve credere alla mia buona fede, l’ho chiamata Ingegnere nella convinzione che Ella lo fosse e non per presa in giro. Se ripercorre il mio scritto in un breve spazio mi sono costretto a richiamarla diverse volte, il mio assillo nelle ripetizioni quando scrivo (un retaggio che mi porto sin dalle elementari) mi sollecita a tutti i pronomi possibili e ciò mi è costato questo scivolone, non da intendere come una caduta di stile che non mi appartiene.
Mi permetta un’ultima considerazione, gli spazi che “Calosch” ci mette a disposizione dovrebbe essere uno stimolo al confronto, se ne può dedurre un reciproco giovamento.
Noi non siamo soggetti che scrivono sotto dettatura, così come crediamo non lo siate neanche voi, mi sembrano francamente fuori luogo le minacce di censura del penultimo capoverso, una scelta del genere non può che appannare la vostra immagine all’opinione pubblica.
Sperando di aver chiarito ogni equivoco, auspicando che il confronto possa continuare, dimostrando quella cavalleria che sa incassare i colpi di fioretto.

Homo Emilius
Di Sperandio Mangili

"Abbiamo potuto vedere, da venti anni a questa parte, nascere un tipo umano nuovo, così diverso, così sorprendente, quanto l'eroe cartesiano, quanto l'anima sensibile ed enciclopedista del XVIII secolo, quanto il patriota giacobino: abbiamo visto nascere l'uomo Emilius.
Ecco quel che bisogna sapere, prima di tentare l'analisi delle dottrine sociali, politiche, morali, estetiche che si elaborano e si incarnano un poco da per tutto. Un esemplare umano è nato, e come la scienza distingue l'omo faber e l'omo sapiens bisognerà forse offrire ai ricercatori e agli amatori dei cartellini questo homo Emilius, nato in Italia, senza dubbio, ma che può reclamare, lui pure, la designazione universale della classificazione linguale."1
Se fosse stato presente al Consiglio Comunale di ieri sera, 17 novembre, anche Robert Brasilliach avrebbe potuto aggiornare il suo romanzo " I sette colori" denunciando l'involuzione della specie, allo spettacolo, a dir poco imbarazzante, che ha visto protagonista il capogruppo di maggioranza nella sua dichiarazione di voto, in occasione dell'approvazione alla deroga sul progetto "Triangolo" del quale è passata la fattibilità proprio in questa seduta.
Il modello ideale dell'uomo cartesiano, ottimista, razionalista, fiducioso nella verità, sicuro soprattutto del proprio destino in un mondo sorretto dalla ragione, ha avuto un improvviso crollo di fronte alle sperticate elucubrazioni enunciate a braccio dal nostrano Emilio Michele Vitali, al cui centro ha fatto svettare la figura di un sindaco lungimirante, che sogna una Calusco in competizione con Manhattan, capace di stimolare eccezioni architettoniche, per un paese proiettato a pieno titolo nel XXI secolo, fatto di acciaio e cristallo in sostituzione delle "grigie villette a schiera."
E' un modo, altresì singolare, quello di avere un piede nella tradizione e proteso al recupero dei suoi valori, con il resto del corpo, amputato e proiettato in quel futuro tanto sterilizzato quanto incapace di leggerne il segno dei tempi.
Se tutta la maggioranza si identifica in quanto enunciato dal proprio capogruppo, ne consegue una conclusione inquietante, nella quale si intravedono tutti i presupposti per il riconoscimento dell'uomo "mito", al quale la Provvidenza affida le sorti del nostro cortile, incurante, come ha dimostrato, delle osservazioni di metodo (minoranza) e di merito (comuni limitrofi), anche se "l'Io" ossessivo ha parzialmente ceduto il passo ad un più conciliante "Nostro", riferito al progetto, consapevole di intraprendere un percorso che va molto al di la delle proprie capacità, in nome a nostro giudizio, di assurde, mutazioni architettonico-paesaggistiche, al "servizio della nostra comunità".
Dubito che la comunità, soprattutto quella dei servizi e del commercio, nonché da parte dei consumatori, si senta tutta questa pregnanza.
Nel merito della questione, rimando il lettore alla dichiarazione di voto di minoranza, per poter valutare la filosofia di approccio al problema di quest'ultima, dalla quale emerge la preoccupazione per il precedente rappresentato dal provvedimento approvato dall'amministrazione, che nel riconoscere a parole l'uguaglianza fra tutti i cittadini, sancisce, come nella "fattoria degli Animali" il principio secondo il quale vi sono animali più uguali degli altri, con buona pace del P.R.G.

18 novembre 2008

Parafrasi con modifica ad hoc del romanzo "I SETTE COLORI" di R. Brasilliach (1939).

A BEN RIVEDERCI PIERINO…A BEN RIVEDERCI!
Di Sperandio Mangili

Era una domenica mattina, di quelle mattine primaverili nelle quali si respira l’aria della Democrazia, le poche che ci rimangono, dove per alcuni istanti, i cittadini si sentono protagonisti del destino nazionale: “oggi si vota!”

Nel seggio n.6, dove la sorte mi ha destinato a rappresentare il mio partito, entra un uomo minuto, di sobria eleganza, che mi saluta con un sorriso asciutto, ma garbato.

Così mi si è presentato Pierino per la prima volta.

E’ strano come non sia ancora riuscito a correggere un mio difetto, nonostante l’esperienza e gli anni, quello cioè di mantenere una certa distanza con persone la cui storia politica, pur intrecciandosi con la mia, abbia avuto un percorso molto diverso dal mio.

Per decenni i rispettivi schieramenti sono stati antagonisti, confrontandosi in battaglie politiche delle quali oggi possiamo andare tutti quanti fieri, perché mosse da passione, una passione ancorché aspra, certamente corretta.

E’ il suo saluto che demolisce la mia prevenzione, e mi accorgo di trovarmi di fronte ad una persona della quale ci si può fidare, le cui battute di esordio dopo la presentazione, denotano una franchezza che avrò modo di conoscere meglio in futuro.

Apprezzo il suo modo giungere al nocciolo del problema, senza ricorrere a panegirici propri del politicante navigato, che danno il classico colpo al cerchio ed alla botte.

Mi piace questo uomo dalla voce roca, soprattutto la sua capacità di comunicare il suo punto di vista, la diversa angolazione nel valutare l’argomento rispetto alla mia, senza l’enfasi di voler indicare che quella è l’unica via possibile.

Ogni persona che attraversa la nostra via, lascia una scia come la cometa, una scia che ci permette di crescere, illuminando parte dei punti oscuri di un percorso denso di buchi neri, i quali rischiano di inghiottire bene e male se non ci si mette in ascolto.

I pochi anni nei quali ho avuto modo di confrontarmi con Pierino, mi hanno reso consapevole dell’importanza della sua presenza, una presenza critica, a volte scomoda, mai banale, vissuta in funzione solidale.

Ora che puoi leggerci dal di dentro, meglio di chiunque altro puoi capire quanto ci manchi e ci mancherai, perciò ringraziamo la vita che ci ha dato l’opportunità di conoscerti.

A ben rivederci Pierino……a ben rivederci.

11 novembre 2008

Bolzaneto 15 luglio 2008
Di Sperandio Mangili

Più di un lustro è trascorso dai fatti di Genova, e si sa che la distanza temporale diluisce la memoria di quanto avvenne nella Città Medaglia d’Oro alla Resistenza, in quel luglio torrido, dove i nipoti dei Liberatori si sono raccolti per elaborare e proporre un modello di sviluppo attento all’uomo ed all’ambiente.
No, non sono testimonianze raccolte dal puzzle delle cronache giornalistiche di quei giorni, io c’ero, nessuno mi ha raccontato quanto ho visto con i miei occhi.
Ho visto la ferocia accanirsi su persone con le braccia alzate, ho visto il sangue rigare la fronte di una ragazza avvolta nella bandiera arcobaleno, ho visto lo sbarco dal mare di agenti che hanno caricato manifestanti inermi sdraiati sulla rena, in attesa che il corteo ripartisse, tutto ciò senza il benché minimo motivo.
Ho visto i Black-Block spostarsi liberamente fra le viuzze laterali della Genova vecchia senza che nessuno li contrastasse, ho visto la FIOM di Bergamo costituire rapidamente un servizio d’ordine per impedire che questi “stranieri” si infiltrassero nel corteo.
Si, stranieri, li ho sentiti parlare tra loro, in tedesco, in inglese, tranquilli come se non dovessero temere niente e nessuno, come se la regia di quanto stava accadendo garantisse loro spazi di impunità.
Una sensazione strana ha pervaso i pensieri di tutti noi, come un sogno premonitore di quanto, di li a poche ore, si sarebbe materializzato alla Diaz ed alla caserma di Bolzaneto.

Oggi la sentenza sulle responsabilità individuali di quei fatti, una sentenza mite che siamo tenuti a rispettare; per voler offrire il fianco al rischio giustizialistico, la reputo inadeguata alla luce di quanto documentato nei filmati. Una sentenza che soffre del clima di omertà presente fra i testimoni che hanno visto, ma che adagiandosi sulla tradizione, hanno fatto quadrato attorno ai “colleghi” in sede dibattimentale.
Una sentenza di primo grado che ha il sapore dell’inutilità, di fatto il prossimo gennaio i reati in questione saranno prescritti.
Ancora una volta i potenti affidano ai prìncipi del foro ed al tempo la loro impunità, certi che i primi garantiranno lo scorrere del secondo per approdare all’assoluzione degli intoccabili.
Ci penseranno gli occhielli della stampa asservita ad informare della “assoluzione”, leggere tutto l’articolo risulta troppo faticoso per la media degli italiani.
Basta e avanza ciò per legittimare il conio di un nuovo aggettivo, sufficientemente sprezzante per apostrofare i nostri legislatori, rei di salvare solo se stessi, insensibili per quanto avviene oltre i “limiti invalicabili” delle Forze dell’Ordine.

È paradossale, ma nella Patria del Beccaria, ci si è “scordati” di introdurre norme che evidenzino e puniscano metodi repressivi di tipo medievale, con l’aggravante che a perpetrarli, purtroppo in questo caso, sono proprio coloro che dovrebbero difenderci da simili barbarie.

Da chi ci dovremmo sentire tutelati nei nostri diritti, quando la paura di una uniforme, qualsiasi uniforme causa il balbettio delle nostre convinzioni, dei nostri pensieri, delle nostre speranze per una giustizia compiuta?
La brutalità dei fatti di Genova, rappresentano l’unica risposta che un sistema autoritario sa dare, nel disperato tentativo di reprimere ogni Volano di idealità.

Anche i moti del 1848, nonostante la dura repressione che ne è seguita, sfociarono nello Statuto Albertino, i più ignorano che vicende così remote diedero inizio a quel percorso democratico che ci ha portato alla Costituzione Repubblicana del 1948.
La storia celebra gli studenti torinesi che scesero i piazza centosessanta anni fa, molti morirono, così come molti soldati vennero fucilati alle Molinette per aver assecondato i moti: i fautori della repressione non godono del prestigio che la storia deve ai grandi. Grandi non lo sono stati.

Lodi dal Mattutino ai Vespri
Di Sperandio Mangili

Lodo Schifani…..lodo Alfano……

Se passano tutte queste "lodi", all'avvocato Milz per i prossimi 4 anni non gli resta che annullare ogni impegno al di la del Tamigi, rinunciando agli affari che si tengono oltre il corso d'acqua londinese.

Qualsiasi ponte può risultargli fatale…… specialmente il "Ponte dei Frati Neri"………………….

Napoli: molotov ad orologeria
Di Sperandio Mangili

"Nel Piano di risanamento urbanistico previsto dal comune di Napoli, si prevede la realizzazione di un centro commerciale e di nuove case nella periferia della città partenopea. In questo nuovo insediamento sorgerà la città della musica e del divertimento, ed a gestirlo per i prossimi trent'anni sarà la società "Palaponticelli srl", a sua volta controllata dal gruppo "DM" il cui capitale sociale fa capo a tre società con sede in Lussemburgo.
Il presidente della "Palaponticelli", è signora Marilù Faraone Mennella, moglie dell'ex presidente di Confindustria Antonio D'Amato.
La società, se non vuole perdere le risorse pubbliche stanziate per l'opera, deve far partire i lavori entro il 4 agosto prossimo.
Guarda caso il rispetto dei tempi previsti per l'avvio dei lavori, ha avuto un notevole aiuto dalle molotov che hanno distrutto il campo Rom delle recenti cronache.
Quelle molotov hanno bruciato i tempi!

Ma che razza di ...
Di Sperandio Mangili

"Ma che razza di comune del C..bip..è il tuo?" Così esordisce la lettera che mio cugino Gioanù, al secolo Giovanni Casati da Stradella, ha indirizzato al sottoscritto, dopo una avventurosa galoppata transpadana alla guida della sua seicento modello 1956. Pensava di farmi una improvvisata per Natale quest'omone dalle antiche tradizioni, che rifiuta le modernità, telefono compreso, e che affida ancora oggi a carta e calamaio i suoi rapporti con il resto del parentado.

"Sono partito con una nebbia del porco che faceva ancora buio, seguendo le tue indicazioni per Milano, tangenziali varie direzione Lecco, Cernusco destra, tre semafori ponte, ma che bello quel ponte del porco.
Attraversato il ponte mi dici di chiedere per la Capora, che è complicato trovarla, complicato un C..bip.., un bel cartello maròn che dopo il ponte mi manda a destra, ma tu Hope le distingui la destra dalla sinistra? Mi hai detto che dopo il ponte dovevo girare a sinistra, il cartello mi fa girare a destra, c'è anche scritto che è una "Contrada storica", ma al mio paese i posti storici sono fatti di case vecchie, ma l'unica cosa vecchia in mezzo a quelle villette nuove era la mia "Gilda" (così lui chiama con affetto la sua seicento). Mi metto a cercare la via Mascagni, questa no, questa no, neanche questa di traverso, C..bip.. arrivo in fondo, vuoi vedere che quel sandrone di mio cugino sbaglia anche a darmi la via dove abita? Conoscendoti… Per fortuna incrocio un tipo, sai di quelli che portano il cane ad innaffiare alle otto di mattina, chiedo per via Mascagni, "e, ma via Mascagni è su alla Capora", e qui dove C..bip.. siamo? Ho visto un cartello che mi indica per di qua e io sono venuto di qua! "Ma no, ma no, la Capora è di la della strada, qua è il Ponte". Ho cercato di fargli capire che il cartello è ben piantato sulla strada che porta a destra. "credo di avere capito il perché" continua l'uomo fra i sobbalzi del cagnolone guinzagliato "è stata una idea del vicesindaco, una furba strategia per prevenire e disorientare il crimine!" Continuo a non capire. "Sa, con tutti questi furti nelle case…magari mettere un cartello fuorviante può mandare in confusione un ladro su commissione, non le pare?" Li per li ho immaginato di ritrovarmi a ieri sera, quando ho salutato il Bèrto all'uscita dell'osteria, ragionava più o meno come lui, solo che il Bèrto aveva dato di gomito un bel po', e non ho ben capito a quel punto se era il cane a portare a casa il tizio rintronato dalla bevuta della sera precedente, scusami ma un po' di confusione me l'ha messa in testa. Seguo le indicazioni dello strano personaggio, e dopo un gira e rigira mi ritrovo ad imboccare via delle Valli, ma ahimè un cartello grande come un lenzuolo mi impedisce di entrare fino ad una data ora; guardo l'orologio e mancano un buon trenta minuti al via libera, e mi viene in mente che mi restano solo due punti sulla patente, per cui decido di aspettare paziente.
"Le ho detto che deve andare avanti! Andare avanti per arrivare in via Mascagni!" Ancora lui, con il cagnolone che lo trascina come un pupazzo. Gli faccio notare il cartello, i punti della patente sono fatti miei e taccio. "Ma benedetto, faccia finta di andare in piscina no?" E perché lo dovrei? "Beh, se va in piscina può entrare" No, non vado in piscina, non so nuotare. "Eh, ma voi della bassa siete un po' gnucchi, se non vuole andare in piscina vada a bere un caffè alla latteria, o faccia finta di andare alla mutua, o di portare il nipote all'asilo, ce ne sono di modi per entrare…" No guardi che io dovrei fare visita ad un mio cugino, forse lo conosce Hope fa di nome. "Hope, Hope, Hope, mah non conosco nessuno con un nome così da pirla, però se deve fare visita parenti può entrare tranquillamente, nessuno le farà la multa" me lo strilla trascinato dal quadrupede, precedendo la mia Gilda.
Certo che i tuoi compaesani sono ben strani, pensano proprio ad alta voce, ma soprattutto non si accertano se il pensiero sia davvero pensato, ma mi spieghi a che C..bip..servono i cartelli che vietano l'accesso ai soli fantasmi? Sei sicuro di essere capitato in un paese normale? Un paese che ti mette i cartelli che ti mandano nella direzione sbagliata, che ti dicono che è storica una villetta in costruzione. Dammi retta, se il morbo non ti ha ancora contagiato, cambia paese, che è meglio.
Approposito, non ti ho trovato a casa, dove C..bip..sei stato? Mica avrai cominciato a sciare?
Auguri e buon Natale, Giovanni, solo per voi Gioanù. Ciao."

Dato che mio cugino non ha il telefono, inoltro la mia breve missiva di auguri

"Caro Giovanni, mi spiace che tu non mi abbia trovato a casa, ma stò facendo delle cure a Trescore che mi occupano tutta la mattinata per dieci giorni consecutivi, pensa un po' sessanta chilometri al giorno per curarsi. Stai tranquillo ci tengo alle mie gambe e di sci non se ne parla.
A cartelli siamo messi un po' male come hai potuto notare, ma è l'unico neo nel quale proprio tu hai sbattuto le proverbiali "corna". Se non ci fosse stato l'equivoco nel quale sei incappato, mi avresti trovato ancora in casa. Pazienza.
No, non cambio paese Giovanni, qui si sta benone; pensa che in sei mesi la nuova amministrazione ha cambiato da così a cosà la vita quotidiana dei cittadini del mio paese. Cartelli a parte, si è migliorato la qualità della vita dei cittadini e l'assistenza ai bisognosi, del resto l'hai potuto notare anche tu che qui i pazzi possono tranquillamente passeggiare con il cane e rendersi utili a quelli come te che si perdono in un bicchiere d'acqua.
A Calusco siamo tutti felici ed in pace, tanto che il cartello di "Paese per la Pace" all'ingresso del comune è stato finalmente levato, dal momento che siamo tutti pacifici. O dio, proprio tutti no, pensa Giovanni, hanno persino preso a pugni il sindaco quei finti pacifisti, che volevano la bandiera colorata dei comunisti appesa sul comune, solo perché gli ha dato una lezione in consiglio a quegli attaccabrighe. Proprio un asilo Mariuccia hanno inscenato, altro che pacifisti quelli.
Qui più nessuno si lamenta, finalmente abbiamo rimandato a casa quelli che pensavano troppo in grande e pretendevano centri faraonici per i prelievi del sangue, case che costavano troppo per via dell'isolamento termico e dei pannelli solari, che trattavano di Agende con dei numeri 21 o 31 non so, delle quali non gliene frega niente a nessuno e che adesso questi poveri amministratori sono costretti a studiarsi, non capendoci niente lo stesso, avendoli ereditati, come i debiti per la palestra e la mensa scolastica, il centro diurno anziani ed il centro polivalente. Pensa, si dicono moderni, ma poi hanno fatto funzionare il riscaldamento delle scuole con le biomasse, grazie al cielo li abbiamo rimandati a casa. Ai nostri tempi Giovanni le chiamavamo stufe a legna, e non sempre ce n'era, ti ricordi? Tu chiamale innovazioni le stufe a legna?! Di tutte queste novità noi ne facevamo a meno e stavamo meglio, non trovi?

Ti auguro un buon Natale, se vuoi venire siamo a casa per le festività, ci farebbe piacere.
p.s. Se vieni ti regalo una bella felpa, una cosa molto originale, ma spero soltanto che ci sia una XXL, adatta al tuo corpaccione. Mi informo.

Ciao Hope."

Calusco ed il suo IV Novembre
Di Sperandio Mangili

Oggi sabato 3 novembre si commemora il IV Novembre, che guarda caso quest'anno cade di domenica!
Volendo essere pignoli, ma non lo voglio essere, credo si sia persa una buona occasione per celebrare la ricorrenza nella data corretta (la tradizione scricchiola), come del resto recita la normativa che ha ripristinato la festività in questione, che come ben si sa, venne soppressa in un lontano anno della prima repubblica, reputando eccessive le festività a discapito del P.I.L.(attentato alla tradizione).
Sarebbe sciocco da parte mia insistere su questa questione, del resto rendere omaggio a quelle gioventù mandate "all'inutile macello" merita il rispetto che solo il silenzio può loro tributare.
Ogni parola risulterebbe stonata, e di parole stonate ne ho sentite anche troppe oggi.
Ho sentito, nella prolusione, parlare di "Deficit formativo per i nostri ragazzi" immagino riferito alla mancanza di disciplina citata più di una volta dal primo cittadino, e che la soppressione della leva obbligatoria sia da annoverare fra le cause principali di questo fenomeno, almeno il filo conduttore del ragionamento mi è parso diretto su questo versante.
Disciplina, obbedienza, ordine, (aggettivi e verbi citati nel discorso del nostro sindaco), sono questi i valori su cui dovrebbe fondarsi un'etica morale? Beh, la storia del secolo che si è appena chiuso, ci insegna che l'applicazione cieca di questi valori (…) ha comportato un prezzo troppo alto ed inaccettabile per poterli fare assurgere a valori assoluti, "….e chi non capisce nel momento giusto rischia di capire quando è troppo tardi." ( "Le due guerre" Nuto Revelli ET Einaudi op.1340 pp.96)
Consiglierei più prudenza nel disconoscere i valori di cui la gioventù odierna è portatrice, certo fa più notizia l'eccezione, tanto da farci trascurare quali modelli noi proponiamo alle giovani generazioni. Siamo veramente sicuri di non avere qualche trave da togliere dal nostro occhio?
Non vorrei sembrare eccessivo, ma suggerisco una seria riflessione, magari anche critica, rileggendo Don Milani, in quel coraggioso saggio "L'obbedienza non è più una virtù", dove la triade dei valori proposti è affrontata con onestà oltre che con severità, poi possiamo riparlarne.
Il sostantivo "Vittoria" l'ho sentito riecheggiare ancora una volta. Signor sindaco, i mondiali di calcio si sono tenuti l'anno scorso, le olimpiadi il prossimo ma non possiamo ancora incoronarci vittoriosi. Le sembra il caso di riesumare questa parola logora, ben sapendo di poggiarla su diciannove milioni di morti? Francamente la ritengo di pessimo gusto.
Mentre lei pronunciava quelle parole, scorrevano nella mia mente i nomi scolpiti su quelle lapidi che dalle sue spalle osservavano lo sparuto gruppo di cittadini. Spesso, passando, mi soffermo dinnanzi a quei marmi. Dietro quei nomi….: quanti campi mai più arati, quanti grappoli mai più vendemmiati, quanti amori spezzati, quanti figli mai nati.
Per il credente penso che debbano rappresentare la Creazione interrotta, un impedimento a Dio a perfezionare il creato attraverso l'opera dell'uomo, fatto a Sua immagine e somiglianza, chiamato ad attuare in terra ciò che è in cielo, come recita il Padre nostro.
E la guerra è la negazione di tutto ciò!
"Piedi avvolti in stracci, che vanno verso ovest,. Sotto gli stracci cancrene, piaghe ferite. Questi piedi che tanto avevano ballato nelle osterie…..che avevano salito la montagna per lavori pacifici…..Ma avanti ancora un passo. Ancora un passo. Non fatemi inciampare nei corpi di pietra dei compagni: fatemi arrivare in un luogo senza più guerre" ("I racconti di guerra" Mario Rigoni Stern ET Einaudi op 17 pp.300)
Parole come "Pace, Riconciliazione, Fraternità, Uguaglianza" solo il termine Fratellanza ha avuto un timido richiamo, senza peraltro essere minimamente approfondita.
Parole che accennassero al "ripudio" della guerra come citato dalla nostra Carta Costituzionale, non mi è parso di averle udite, fatta eccezione nella preghiera di don Achille, me ne scuso sin d'ora se mi sono sfuggite e quanto affermo non corrisponde al vero; ma credo che riaffermarle con forza in circostanze come oggi, collegandole alla quotidianità del vissuto dell'uomo moderno, siano il giusto viatico per quanti si sentono impegnati nella costruzione di un mondo più giusto. Onorare i Caduti in modo propositivo, deve rappresentare il superamento di una mera commemorazione, se non costruiamo la Pace, essi sono morti invano; non può bastare la corona di alloro se si continuano a procrastinare gli errori del passato. Quante lapidi si dovranno cesellare, qui da noi come in altri luoghi nel mondo, prima di poterci ritenere esportatori di vera civiltà?
Condivido quando afferma che un popolo che non conosce la sua storia è destinato al declino, io aggiusterei il tiro dicendo che: è destinato a ripetere le tragedie del passato.
Vede, non mi preoccupa tanto il declino della nostra civiltà, la storia ci ha insegnato che gli Egizi, i Greci, i Mongoli, i Romani hanno avuto tutti quanti un inizio, una parabola ascendente per poi finire come sono finiti, quindi anche la nostra di civiltà è destinata alla medesima sorte. Quello che maggiormente ci dovrebbe angosciare, è la costante che domina i nostri tempi e cioè il ripetersi di fatti che sempre più ci avvicinano ai tragici anni trenta del secolo scorso. Un film già visto, che a differenza di settant'anni fa si presenta ridondante di indifferenza.
Non crede che valga la pena di sforzarsi ed andare oltre le divisioni che ci ostiniamo a definire ideologiche e contrastare la deriva che rischia di travolgerci tutti?
p.s.
È sempre un terreno scivoloso ricorrere alle citazioni signor Sindaco, ne DEGLI ODII NAZIONALI, il Manzoni scrive:" Accade a molte massime di essere derise come triviali e troppo note quando si annunziano in astratto, e di essere poi tacciate di stravaganti e di raffinate quando si vogliono applicare ad un caso particolare: una tal sorte è da temersi per queste, ma forse qualche ingegno imparziale le degnerà di alcuna attenzione per l'intenzione retta e pacifica, e per lo spirito cosmopolita cioè cristiano, con cui mi sembrano dettate. Togliete da una serie qualunque di idee morali la sanzione religiosa, l'ordine ne è distrutto immediatamente……" una nota dello studioso che commenta il brano chiarisce il concetto di spirito cosmopolita chiarendo: "è quello per il quale l'uomo estende il suo amore oltre la patria particolare, abbracciando colla sua benevolenza l'universa famiglia umana…." Personalmente mi identifico in questa citazione esatta e non ad una libera interpretazione.
"Padrone di casa in casa mia, cittadino nella mia città ….ecc" Scomodare Giusti decontestualizzandolo dalla fase storica all'interno della quale ha affermato, per la verità in modo un po' diverso, quanto Ella ha citato, rasenta la mistificazione.
Va comunque precisato che il Manzoni innesta le sue riflessioni salutando l'illuminismo come la speranza del cambiamento, salvo poi restarne deluso come il buon L.v. Beethoven dopo l'autoincoronazione del Bonaparte.
Per quanto riguarda il Giusti, non debbo certo essere io a ricordarle che erano rivolte alla feroce occupazione militare Asburgica di Milano.
Le consiglio di rileggersi con più calma (è pur vero che i tempi poco ci concedono queste delizie) DEGLI ODII NAZIONALI e MORALE CATTOLICA del Manzoni, se le resta un po' di tempo si faccia quattro risate con SANT'AMBROGIO del Giusti, che pur mantenendo salde radici, a parte qualche viaggio, nella sua Toscana, le risulterà con maggior chiarezza identificare i destinatari delle sue salaci invettive.

Anche l'asfalto ha le sue precedenze
Di Sperandio Mangili

Ottobre 2007 - È risaputo che ad una certa età, piccoli problemi, se trascurati, compromettono la qualità della vita. Sicché, raggiunta la soglia di una età a rischio, decido di seguire i consigli del saggio "dottor Gargiulo"; il quale, oltre alla morigeratezza a tavola, sprona il popolo pantofolaio a propedeutiche passeggiate corroboranti.
Mi accorgo da subito: che la mia pigrizia mi ha impedito, in ventitré anni di residenza, di scoprire tanti angoli caratteristici, quelle bellezze che Calusco offre a quanti le sanno cogliere.
Il centro storico ad esempio, sia quello di Vanzone che quello che si snoda da vicolo Lupi di Toscana, mi trasmettono il sentimento dei suoi abitanti verso quelle mura che hanno accompagnato la storia dei nostri borghi più antichi, un affetto testimoniato dalla cura con la quale sono state recuperate alla quotidianità costruzioni segnate dai secoli. Fantasticare sulle vicende che vi sono svolte in questi luoghi: amori, liti, gioia e dolore, fa parte del mio modo di riflettere sulla storia, e così, naso all'aria, non mi accorgo dell'insidia che la pavimentazione mi serba: un attimo di smarrimento e soffocando una imprecazione, mi riprometto di prestare più attenzione a dove metto i piedi; non posso certo pretendere che l'amministrazione comunale si metta a disposizione di quanti come me camminano guardando le nuvole. Facendo il percorso a ritroso, mi imbatto in una via che mi consente di rituffarmi nei miei sogni, un tappetino di asfalto rifatto di fresco, liscio come desidererei per tutto il paese, registro la via per poterla segnalare quale esempio di sicurezza per il pedone: via Asiago. Ma, quel signore che sta uscendo da quella abitazione, non è forse il nuovo assessore alla cultura? Si è proprio lui. Accelero il passo volendomi congratulare, di primo istinto, per il bel lavoro di manutenzione in questa via; ma la mia timidezza, dopo lo slancio iniziale, ha il sopravvento e mi fa desistere. Avrei voluto segnalare le condizioni in cui versa la via dove abito, le innumerevoli pozzanghere che la trasformano in una enorme carta geografica quando piove. E si che la via è quella dell'ex sindaco, possibile che questi non abbia mai trovato il tempo per aggiustarsi la strada di fronte a casa sua?

Due pesi, due misure - sensibilità ballerine
Di Sperandio Mangili

Oggi venerdì 12 ottobre, antivigilia delle elezioni primarie per il Partito Democratico, mi reco in comune per fare regolare richiesta di occupazione di suolo pubblico per domenica, giorno delle consultazioni.
Chiedo di poter fruire di pubblica area con ben quattro cavalletti porta manifesti da suddividere in tre luoghi: due nei giardini di via dell'Assunta, i restanti da dislocare: uno a Baccanello e l'ultimo a Vanzone.
Si tratta di note informative per quanti intendono esprimere il loro voto, non di propaganda elettorale per un candidato specifico, comunicazioni di servizio per intenderci. Preciso che la superficie occupata da ciascun cavalletto equivale ad una sedia all'incirca.
Giunto in municipio con regolare richiesta, mi viene precisato che domenica non è possibile esporre quanto richiesto dal momento che è prevista una funzione religiosa per le vie del paese.
Nulla da eccepire riguardo al divieto, ogni evento che coinvolge le varie sensibilità popolari, siano esse civili o religiose, meritano il massimo rispetto e la più grande considerazione da parte di ognuno di noi, e giustamente la richiesta da me inoltrata necessita di una restrizione temporale: mi si concede di esporre in luogo pubblico le note informative sino alle ore 13,00.
Noto con piacere che anche la nostra manifestazione elettorale viene accolta come evento degno di considerazione.
Tornando sui miei passi con l'autorizzazione mutilata in tasca, mi corre il ricordo della recente campagna elettorale per le amministrative, rammento una recinzione dei giardini pubblici avvolta da decine di manifesti elettorali, ed una fila di bimbi in tunica bianca che scendono i gradini della chiesa.
Chissà cosa scriverebbe Fedro su queste due vicende, tanto simili ma dagli epiloghi così distanti.


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